Partecipazione in convegno su minatori di Motta settembre 2012

Incontro – dibattito sulla storia che lega indissolubilmente Motta San Giovanni alla figura del Minatore

Intervento al Convegno:

Desidero prima di tutto ringraziare la scuola romana, professori e studenti, per aver rivolto la loro attenzione ad un tema di grande interesse per l’intera collettività, ma in modo particolare per noi e per il nostro paese.

Desidero poi porgere il mio affettuoso saluto ai nostri ospiti siciliani, ospiti che non mi pare sufficiente definire con un vago, anonimo termine di amici, ma con un più affettuoso e, secondo me, più rispondente al sentimento da cui ci sentiamo legati, termine di fratelli siciliani.

Fratelli Siciliani perché siamo stati sempre considerati, nel bene e nel male, nella verità o nell’errore, di eguale estrazione genetica e comportamentale. Oggi noi accettiamo con orgoglio di essere simili se non uguali ai Siciliani. D’altra parte le nostre terre si somigliano, sono molto simili gli usi, i costumi, le discendenze. Le nostre terre hanno attirato gli stessi popoli, hanno approdato nelle nostre coste i Greci, i Punici, i Normanni, e ancora popoli non perfettamente conosciuti.

Oggi siamo insieme per parlare del lavoro e dei gravi problemi che i nostri uomini hanno da sempre dovuto affrontare.

Oggi parliamo del nostro comune problema: il problema dei minatori, i lutti delle nostre famiglie, le solitudini delle nostre donne e dei nostri bambini quando l’assenza temporanea non sfocia addirittura nelle sofferenze terribili della malattia o nella tragedia della morte.

L’essenza stessa della vita del minatore è magistralmente rappresentata nella stupenda opera che Gerardo Sacco ha realizzato per il Premio mottese “Il minatore d’oro”, destinato a persone che si sono particolarmente impegnate per questa categoria di lavoratori.

In quest’opera infatti lo sguardo si sofferma sulle due immagini non per vedere o osservare, ma come per una devota contemplazione di un’immagine sacra. Immagine che, senza cadere nella dissacrazione o addirittura nel blasfemo, rappresenta per me l’’immagine di Santi, i Santi del lavoro, i Santi della vita, i santi che nel corso della Storia si sono immolati sull’altare del progresso, immolati in onore di un dio che per donare benessere e civiltà ha imposto e preteso giovinezze e lacrime.

L’immagine del giovane che innalza il martello verso il cielo in un atto che mi richiama la maestà sacerdotale del seminatore di D’Annunzio: c’è nel gesto, quasi, la volontà di dimostrare potenza e sfida ma, nello stesso tempo, il bisogno scaramantico  di affermare una potenza nella quale spera senza, però, credere. Il martello colpisce, ma scalfisce soltanto, sgretola il masso rubandogli qualche ciottolo di carbone e il sacco si riempie a poco a poco passando sulle spalle del compagno che lo porta verso il carrello. C’è in queste piccole immagini tutto il dramma e la grandiosità del lavoro dell’Uomo. Dell’Uomo che chiede e ottiene, che lotta e vince, che nello sforzo supremo di sfruttare le potenzialità fornitegli dal Creatore si appropria dei doni da Lui ricevuti.

Il Minatore, un lavoro o un’oblazione? Cosa spinge l’uomo a scendere, a penetrare, a sfidare gli abissi segreti della Madre Terra? E perché l’uomo per vivere deve offrire a questo Demone che si chiama Bisogno la propria energia, il diritto ad essere felice e la vita stessa? Sono queste le tante domande che mi sono sempre posta, fin da quando, giovane e felice sposa entusiasta di un giovane medico appassionato della sua professione, sono venuta a contatto della difficile realtà degli uomini di Motta San Giovanni. Di tutti quei giovani sposi o già padri di tanti figli che partivano verso il Kenia, il Belgio, la Francia, le Alpi.

Ricordo che quando ero bambina i miei compaesani andavano a Domodossola, luogo che si potrebbe paragonare a Marte o a qualunque altro posto immaginario. Dire “lavora in miniera” significava il tutto e il nulla, un lavoro di cui non si ha alcuna possibile idea: il minatore scende nelle viscere della terra, nel buio e nel mistero … col brivido che toglie il respiro. Quando dopo la guerra si incomincia a vedere qualche film il mondo delle miniere veniva rappresentato in film ambientati per lo più in zone sconosciute dell’Inghilterra e della Scozia e narravano, quasi sempre, qualche gravissima catastrofe: c’erano all’imboccatura donne disperate, bambini attoniti con negli occhi lo sguardo di chi di tanta disperazione si chiede il perché senza sapersi dare una risposta.

Ebbene, a Motta, quando io sono entrata, anche attraverso il mio lavoro, nella vita dei miei concittadini, abbiamo tante volte pianto le vittime delle “gallerie”, tanti giovanissimi che insieme ai padri partivano alla ricerca di una speranza di Vita che per tanti diventava origine e causa di sofferenze e molte volte di morte.

Si incominciò, allora, a parlare sempre più spesso di “silicosi”, un termine oscuro, quasi da fantascienza. Silicosi, malattia causata da polvere che si immette nei polmoni mista a quell’ossigeno che è fonte di vita ma che, col prolungarsi del tempo trascorso in miniera, accumulandosi nel polmone lo indurisce fino a trasformarlo, quasi per un fenomeno di tragica osmosi, duro come la pietra da cui essa stessa è stata generata. Silicosi, una malattia riconosciuta solo molto tardi, e non subito nella sua devastante tragicità, come malattia professionale: il malato muore, la famiglia rimane senza sostegno alcuno, i figli “muoiono di fame”, non  possono andare a scuola, non hanno libri, e qualcuno è costretto a lavorare solo per ricevere un piatto di minestra e un tozzo di pane.

Il dramma di questi lavoratori e della loro famiglia è ancora più grave perché i figli diventando in età da poter andare al lavoro seguono la strada insidiosa e tragica che il padre ha percorso prima di loro e che ha un solo traguardo certo: una tomba dopo anni di inaudita sofferenza, la tragica sofferenza di quando si passano le notti seduti in mezzo ad un letto, che è poco chiamare di tormenti, all’affannosa ricerca di un po’ d’aria che è sempre più difficile ottenere.

Si deve arrivare agli anni cinquanta per riuscire a sensibilizzare l’attenzione delle autorità sul gravissimo e tristissimo problema dei silicotici, che in alcune zone raggiunge numeri sconvolgenti: nel nostro paese, Motta, raggiunge una cifra che le farà guadagnare il triste primato di popolazione col più alto numero di silicotici, primato condiviso, forse a pari merito, con San Giorgio Morgeto.

La tragica gravità che il problema raggiunge in quegli anni incrementa lo studio della malattia, per cui l’impegno costante, tenace, ‘testardo’ di alcuni medici particolarmente attenti all’evolversi dei danni prodotti, porterà al riconoscimento della silicosi come “malattia professionale”, ed all’erogazione di una pensione dignitosa che permetterà ai figli di studiare, e soprattutto alla soppressione dell’autopsia che si eseguiva sul morto per verificare che la morte fosse avvenuta per “silicosi” e non per altra causa accidentale.

Questa è la storia, forse un po’ troppo lunga, del calvario dei silicotici di Motta che grazie alla battaglia combattuta con tutti i mezzi possibili ha permesso a chi lo ha percorso di non finire sul Golgota. Una storia intessuta di delusioni, di qualche sconfitta, di tante amarezze, ma che, partendo da una delibera della giunta comunale presieduta dal sindaco Catanoso, seguita poi dall’impegno dei medici del comune, dalla politica impegnata e costruttiva del partito socialdemocratico, raggiunge il trionfo della Resurrezione.

Checchina Attinà Mallamaci